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TRENTO, città da vivere o da consumare? L’Editoriale di Generazione Trento

5 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

Uno spazio per andare oltre la cronaca: leggere i cambiamenti di Trento, prendere posizione e raccontare la città che vorremmo.


Un’altra serranda si abbassa in centro storico. È quella di Deichmann, in via Manci. È notizia di questi giorni.

Non sarebbe serio attribuire al Comune la responsabilità della decisione di un’azienda privata. Ma sarebbe altrettanto poco serio non chiedersi che cosa sta succedendo al commercio e, più in generale, alla nostra città.


Perché il punto non è soltanto quante serrande si abbassano. È capire che cosa troviamo sempre più spesso dietro quelle che si rialzano.


Una ricerca del Comune e dell’Università di Trento sul commercio di prossimità ha fotografato una trasformazione significativa. Nelle quattro vie del centro analizzate, tra il 2014 e il 2025 le attività sono rimaste sostanzialmente stabili: da 170 a 171. Ma dentro quel numero il volto del commercio è cambiato: sono scomparse 11 attività di abbigliamento e due attività artigianali, mentre sono aumentate ristorazione e take-away.


Il centro, dunque, non si sta semplicemente svuotando. Si sta trasformando.


La stessa ricerca parla di foodification: una progressiva specializzazione dello spazio urbano verso la ristorazione e il consumo alimentare.


Non c’è nulla di male in un ristorante, una gelateria o un pub. Il problema nasce quando una funzione cresce comprimendo progressivamente le altre. Una città ha bisogno di ristorazione, ma anche di negozi, artigiani, servizi, librerie, attività di prossimità. Perché un esercizio commerciale non è soltanto un luogo dove comprare qualcosa: è spesso un presidio sociale, un luogo di relazione, una parte della vita quotidiana.


Una città può essere piena di persone e diventare, allo stesso tempo, più povera di comunità.


Qui entra in gioco la politica.


Non chiediamo al Comune di impedire a un’impresa di chiudere o di scegliere chi debba aprire al suo posto. Chiediamo di usare gli strumenti che ha: urbanistica, spazio pubblico, plateatici, regolamenti, incentivi, politiche commerciali. E soprattutto di avere una visione.


Il Comune ha commissionato la ricerca che fotografa questa trasformazione e nel 2026 ha avviato il percorso per un Piano del commercio. Bene. Ma la domanda è inevitabile: perché arriviamo a questo punto dopo anni di trasformazione e, soprattutto, quale equilibrio vogliamo costruire?


Perché intanto Trento ha costruito con grande efficacia un’altra cosa: la propria attrattività.

Festival dello Sport, Festival dell’Economia, Film Festival, Mercatini di Natale, grandi eventi, promozione turistica, classifiche. Non siamo contrari agli eventi e non siamo contrari al turismo. Ma dobbiamo porci una domanda semplice: attrattiva per chi?


Una città può essere affollata senza essere più abitabile. Può essere visitata senza essere vissuta. È questa la super Trento che vogliamo? Tutta muscoli ma incapace di costruire relazioni, comunità?


Trento rischia di imboccare una strada che altre città d’arte stanno cercando, con fatica, di correggere: la trasformazione del centro storico in un luogo sempre più orientato al visitatore e al consumo e sempre meno alla vita quotidiana dei residenti.


Conosciamo il valore imprescindibile del turismo. Ma è dovere di chi amministra governarne gli effetti, non subirli.


Anche le classifiche, che il sindaco ama ricordare quando raccontano una Trento che funziona, misurano ciò che scegliamo di misurare. E una città può essere ai vertici di una classifica e contemporaneamente perdere un negozio, un artigiano, un servizio, un presidio di prossimità.

Perfino un paesaggio può essere definito “affollato” quando vogliamo sottolinearne il successo. Per una città, però, forse dovremmo avere un’ambizione diversa.


Non ci interessa una Trento soltanto piena. Ci interessa una Trento dei cittadini e dei suoi ospiti. Viva.

Viva non significa soltanto attraversata da grandi flussi nei giorni dei festival. Significa abitata ogni giorno.


Per questo la domanda di Generazione Trento non è: “Perché fate gli eventi?”.

È: che cosa si sta facendo perché Trento rimanga una città per chi la vive, e al contempo attrattiva per chi la visita?


Chiediamo che il turismo non diventi il criterio attraverso il quale misurare tutta la città.

Chiediamo un centro capace di conservare pluralità e funzioni.


Non chiediamo di fermare il cambiamento. Chiediamo che il cambiamento non sia semplicemente qualcosa che accade. O peggio, ci travolge. E ci si accorge del danno quando ormai è fatto.


Perché amministrare una città significa anche decidere non soltanto quante persone vogliamo portare a Trento, ma quale Trento vogliamo che trovino.

Ma soprattutto amministrare significa indicare quale Trento vogliamo essere.

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