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Funivia Trento–Bondone: perché il paragone con la funivia del Renon non regge

  • Immagine del redattore: Martina Margoni
    Martina Margoni
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Nel dibattito sulla funivia Trento–Bondone si cita spesso il caso di Bolzano come modello da imitare. Ma per discutere seriamente di infrastrutture pubbliche serve partire dai dati, non dagli slogan.


La funivia Bolzano–Soprabolzano collega la città al primo altopiano in circa 12 minuti, superando un dislivello di circa 950 metri su una lunghezza di 4,5 km. Soprabolzano è il primo centro abitato sopra Bolzano. Questa tratta è quindi funzionalmente paragonabile alla Trento–Sardagna, non a un collegamento diretto verso le cime.


Per raggiungere le quote più elevate del Renon (come il Corno del Renon, 2.261 m) il sistema cambia: servono autobus, tratti a piedi o collegamenti aggiuntivi fino a Pemmern (1.540 m, quota paragonabile a Vason). Lo stesso schema vale per la funivia di San Genesio, che collega Bolzano al primo centro residenziale, mentre l’accesso alle vette del Monzoccolo/Tschögglberg avviene con altri mezzi.


Anche i bacini di utenza vanno letti con attenzione. Sardagna conta circa 1.000 abitanti, mentre le frazioni di Vaneze (~49), Vason (~54) e Candriai (~97) hanno dimensioni molto ridotte e non rappresentano bacini significativi per un servizio pubblico di massa.


C’è poi un elemento spesso ignorato nel dibattito: finché la strada del Bondone resterà aperta, la scelta prevalente sarà quella dell’auto privata. Per comodità, per autonomia negli orari, per evitare cambi di mezzo, gestione di attrezzature, scarponi e spostamenti intermedi. È un comportamento del tutto prevedibile, e già osservabile oggi.


In questo contesto, le stime di utilizzo ipotizzate da Comune e Provincia appaiono irrealistiche. I numeri previsti non tengono conto delle abitudini reali delle persone e delle alternative esistenti. Di conseguenza, anche le proiezioni economiche risultano fragili: il rischio concreto è un deficit annuo ben superiore ai circa 3 milioni di euro annuì oggi preventivati.


A questo si aggiunge un aspetto tutt’altro che secondario: il progetto comporta la scomparsa del Belvedere di Sardagna, uno dei pochi affacci pubblici sulla città, utilizzato ogni giorno da residenti e visitatori, un luogo aperto e identitario che verrebbe sacrificato da un’infrastruttura contestata dalla maggior parte dei cittadini di Trento.

Usare il “modello Bolzano” per giustificare collegamenti diretti fino alle vette significa quindi forzare il confronto e costruire aspettative che difficilmente troveranno riscontro nella realtà.

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