Grandi opere, poche certezze: così Trento perde le priorità.
- Martina Margoni

- 26 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min

In Consiglio comunale ho riconosciuto che la variante urbanistica 2025 sull’area di San Vincenzo è formalmente coerente con le norme vigenti e che è positivo l’inserimento della condizione sui costi di gestione a carico della Provincia. Ma per un intervento di questa portata non basta la correttezza formale.
Serve molto di più.
In particolare, manca una prescrizione chiara per la revisione completa dello studio idraulico e idrologico. La situazione attuale è profondamente diversa rispetto a quella su cui si basano le analisi oggi richiamate, risalenti all’epoca del concerto di Vasco Rossi. Utilizzare valutazioni superate su un’area così delicata significa assumersi un rischio che il Consiglio non dovrebbe accettare.
Restano inoltre troppe zone d’ombra: la futura gestione dell’area, il progetto paesaggistico, gli studi sulla mobilità. Tutti elementi decisivi che oggi non sono definiti. In queste condizioni, il Consiglio comunale non dispone degli strumenti necessari per esprimere un giudizio davvero consapevole, né sul piano politico né su quello tecnico.
Dirlo non è un atto di ostruzionismo, ma di responsabilità. Procedere in questo modo svuota il ruolo del Consiglio, della Commissione competente e della Circoscrizione, che dovrebbero poter lavorare su informazioni complete, aggiornate e verificabili.
Il tema, però, è più ampio e riguarda la direzione che la città sta prendendo.
A Trento si trovano risorse e consenso per le grandi opere, mentre scuole, impianti sportivi di quartiere, manutenzioni ordinarie e spazi pubblici continuano a essere rimandati. La variante su San Vincenzo è l’ennesimo esempio di questa impostazione: una delibera senza costi certi, senza un progetto esecutivo e senza una decisione chiara sul futuro del Briamasco, che di fatto blocca qualsiasi pianificazione seria.
Nel frattempo, il nuovo palazzetto da 50 milioni di euro all’ex Italcementi esiste solo sulla carta dei giornali. Non ci sono atti formali, non ci sono studi sulla sostenibilità economica e gestionale, non esiste un progetto unitario. E resta aperta una domanda semplice: ha davvero senso progettare un impianto da 6.000 posti quando quello da 4.000 è raramente pieno?
Quello che emerge è una programmazione guidata più da equilibri politici che da analisi tecniche e bisogni reali della città. E quando si iniziano a evocare orizzonti temporali lontani, come il 2031, è inevitabile ricordare un precedente recente: il bypass ferroviario, annunciato come “finito entro giugno 2026” con firme, rassicurazioni e promesse solenni. Sappiamo tutti com’è andata: ritardi, problemi, scadenze evaporate.
Per questo oggi è difficile prendere sul serio annunci senza basi solide.
Il punto non è dire no alle opere, ma pretendere una visione. Una visione che stabilisca priorità chiare, metta al centro i bisogni quotidiani della città e costruisca progetti credibili, sostenibili e verificabili. Non una collezione di grandi opere annunciate, spesso senza gambe… e forse destinate a non arrivare mai a compimento.




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