LA VIGILANZA NON SI DICHIARA - SI ESERCITA
- Martina Margoni

- 17 gen
- Tempo di lettura: 1 min

Il sindaco dice di vigilare.
Ma la sua vigilanza si vede solo quando le decisioni sono già prese.
Quando emergono problemi, non cambia strada: spiega perché non è colpa sua.
Il copione è sempre lo stesso: prima l’opera viene decisa, poi emergono i problemi, infine arrivano le rassicurazioni. Sempre dopo, sempre a giochi fatti.
La vigilanza, però, non si dichiara: si esercita.
E se fosse stata davvero esercitata, oggi non saremmo nella situazione che conosciamo sul bypass ferroviario. Non è mancata l’informazione, è mancata una scelta politica: fermarsi, pretendere garanzie vere, assumersi un rischio.
Vigilare avrebbe avuto un costo politico. E quando il costo è alto, questo sindaco preferisce non pagarlo.
Sulla funivia del Bondone il metodo è identico.
Si parla di ascolto, ma le decisioni sono già prese.
Si invocano valutazioni tecniche, ma il tracciato è definito.
Si promette confronto, purché resti entro confini già stabiliti.
Questa non è partecipazione: è comunicazione di decisioni assunte altrove.
Le lettere e i comunicati servono a questo: a tranquillizzare chi non ha tempo di seguire, a spostare l’attenzione dal punto centrale. Che è semplice: il sindaco non governa i processi, li accompagna finché conviene politicamente.
Quando le cose funzionano, se ne prende il merito.
Quando emergono problemi, si rifugia nel “vigileremo” o nel “non è di nostra competenza”.
Ma vigilare dopo non serve. Serve prima. E soprattutto serve quando è scomodo.
Qui non c’è un problema di opere.
C’è un problema di metodo.
Un metodo che mette l’immagine prima della sostanza e il racconto prima dell’interesse della città.




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