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LIBER CAFFÈ E GIOVANI

10 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min


Con un’iperbole narrativa, coerente nello stile con lo storytelling della “Super Trento”, recentemente il nostro primo cittadino difendeva il Poplar Festival.

L’iperbole non era tanto nel merito: giusto e sacrosanto tutelare un’iniziativa cresciuta nel tempo e capace di coinvolgere migliaia di giovani. L’azzardo retorico consisteva però nel sostenere che se i giovani lasciano Trento è anche perché non hanno spazi per la musica, rivendicando la bontà della location.


Tra i commenti a quel post c’era chi, giustamente, notava che forse i giovani se ne vanno da Trento non certo perché non possono esibirsi sul Doss Trento per tre giorni all’anno; ma molto più realisticamente per criticità sistemiche, come per esempio il costo degli affitti, la difficoltà di trovare spazi, la progressiva scomparsa dei luoghi di socialità e la totale assenza, o quasi, di locali dove poter ascoltare ed eseguire musica dal vivo.

E se qualcuno ci ha provato, spesso ha incontrato più ostacoli che facilitazioni, anche da parte dell’amministrazione.


E a proposito di giovani, la notizia è di questi giorni: un giovane imprenditore che aveva investito risorse, lavoro e speranze nel tentativo di rilanciare il Liber Caffè, il locale nella palazzina liberty nei giardini di Piazza Dante, ha gettato la spugna dopo pochi mesi.

Dopo aver preso atto della difficoltà, se non dell’impossibilità, di riuscire a rilanciare quel luogo: troppa insicurezza, non sono mancati i tentativi di effrazione, le risse poco distanti dal plateatico, oltre ad altre criticità che hanno reso sempre più difficile la gestione dell’attività.

Non va dimenticato che, dopo uno degli episodi più gravi, il sindaco si era recato personalmente al Liber per incontrare il giovane gestore e manifestargli la propria solidarietà. Un gesto che sarebbe ingeneroso ignorare.

Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più semplice e, forse, più scomoda: che cosa ha prodotto quella solidarietà?


Perché la solidarietà è importante, ma per chi investe risorse, lavoro e speranze in un’attività non è sufficiente. Servono condizioni concrete per poter continuare a lavorare, per poter tenere aperta una serranda, per poter trasformare un luogo problematico in un presidio di socialità e vivibilità.

Come del resto, si stava tentando di fare anche con momenti di aggregazione e musica dal vivo.


Non sappiamo quanto il giovane gestore si sia sentito sostenuto dall’amministrazione. Sappiamo però che oggi quella serranda si chiude.


E questo è un dato politico.


Perché il Liber non era soltanto un bar. Era un’attività in una zona ad altissima criticità, un luogo aperto, frequentato, illuminato, vissuto. Un presidio. E quando un giovane decide di investire anche per una comunità e quella esperienza finisce dopo pochi mesi, non è soltanto un problema del singolo imprenditore.


È una sconfitta. Non personale, ma della collettività.


E allora ci si chiede quante cose l’amministrazione abbia fatto per tutelare questo slancio imprenditoriale.

Anche perché il Liber non è un episodio isolato: nel corso degli anni quel luogo ha visto susseguirsi diverse gestioni, senza che si sia mai riusciti a trasformarlo stabilmente in quel presidio di socialità che Piazza Dante avrebbe bisogno di avere.


Crediamo non ci siano giovani più giovani degli altri.

Non giovani di serie A e giovani di serie B. Non giovani da ricordare per tre giorni all’anno, quando i riflettori sono accesi, ma giovani da sostenere per tutti gli altri 362.

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