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La politica degli storyteller

  • 31 lug
  • Tempo di lettura: 4 min



Nell’era dei social, si sa, apparire conta più di essere. Lo sa bene anche una certa politica, sempre più attenta all’impeccabile narrazione o, come direbbero quelli bravi, allo storytelling.

C’è un però. Quando lo iato si fa troppo grande tra quello che si racconta e la realtà dei fatti, quando i cittadini toccano con mano la differenza tra la realtà e ciò che viene loro venduto (ops, raccontato), succede che le persone si arrabbino. E magari, alle prossime elezioni, ti voltino le spalle.

Lo spiegava bene Gavino Sanna, tra i più arguti comunicatori italiani e papà del più straordinario rebranding dell’industria nazionale, allorquando una costola della Barilla divenne il “Mulino Bianco”. Raccontava Sanna che prima ancora di costruire la narrazione, bisognava agire sul prodotto: ovvero togliere il più possibile quegli ingredienti che sarebbero rimasti stridenti con l’idea di natura, purezza e semplicità. Perché è pur vero che la puoi raccontare quanto vuoi, ma c’è un limite oltre il quale il consumatore si sente beffato. In fondo è quanto la saggezza popolare trentina ben esprime nel detto “contarle che le par vere”.

Ecco, vorremmo suggerire al nostro Primo Cittadino questo monito: la rincorsa affannosa alla narrazione rischia di far perdere il senso della realtà. Si crea così uno scollamento profondo tra l’essere e l’apparire, tra la forma e la sostanza.

Gli esempi non mancano.

È lodevole che, attraverso le sue pagine social, il Sindaco ci faccia sapere come in questi giorni abbia illustrato alle giovani generazioni il valore della memoria storica, ricordando la strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Bisognerebbe però ricordare al Sindaco che a pochi passi da Palazzo Thun esiste un luogo della memoria, Piazza 2 Settembre, con un bassorilievo che commemora la più atroce ferita bellica che Trento abbia subito: il bombardamento della Portela.

Quella piazzetta versa da tempo – e lo segnalano anche i residenti – in condizioni di forte degrado. L’isola ecologica risulta frequentemente fuori servizio o utilizzata in modo improprio e l’aiuola antistante l’opera commemorativa è frequentemente utilizzata come luogo di bivacco, con conseguente abbandono di rifiuti e deiezioni.

Quella piazzetta non può farsi bella soltanto nei giorni della commemorazione ufficiale, con tanto di aiuole posticce a copertura di un aldilà, in senso letterale. Altrimenti si cade proprio in quel baratro tra il dire e il fare.

E la lista continua.

Si esprime la necessità di una mobilità sostenibile, si riducono i parcheggi e si incentiva l’uso dei mezzi pubblici. Poi però succede che i cittadini trovano gli autobus in ritardo, le obliteratrici fuori servizio e, in questo tempo di calura record, vetture prive di aria condizionata. Il tutto condito da numeri di linea posticci, scritti a pennarello su pezzi di carta con gli autisti esasperati dalle condizioni in cui sono costretti a lavorare. Ed ecco che la decantata sostenibilità si fa, nei fatti, insostenibile.

Si dirà che il trasporto pubblico è di competenza provinciale. Non c’è dubbio. Ma è altrettanto fuori di dubbio che l’amministrazione comunale ha il pieno diritto-dovere di pretendere efficienza dalla Provincia per i propri cittadini. Dopotutto, il Comune ha saputo interloquire con Piazza Dante quando si è trattato di siglare accordi e trovare l’intesa sui grandi finanziamenti per il neonato Hub intermodale o sul progetto della funivia del Bondone. Perché sui disservizi quotidiani dei bus, invece, il Sindaco alza le spalle? Come se interpretasse, con la Provincia, la parte del genitore buono e di quello cattivo. Alternativamente. Ah, lo storytelling che fatica!

A proposito di Bondone, anche in questo caso l’ansia da prestazione narrativa ci ha messo lo zampino. Ricordiamo tutti il post di aprile in cui il Primo Cittadino promuoveva la stagione invernale abusando della parola “affollato”. Testuale: «Sono 180 mila gli sciatori (numero da record, mai visto prima) che hanno affollato le piste fino a Pasquetta… Sempre affollato anche lo snowpark». È evidente che, in un impeto narrativo a sostegno del Bondone, con la probabile finalità di giustificare il progetto funivia, sia incappato in questo slancio di entusiasmo ad effetto boomerang: scrivere di “folla” in un tempo nel quale l’overtourism fa a cazzotti con la sostenibilità è quantomeno ardito. O, se vogliamo restare in tema, funambolico. O folle.

E ancora, sull’uso delle parole. Chiamare “Hub” – che per natura è un luogo che connette – una stazione delle autocorriere che funziona a metà, che ha allontanato i passeggeri dalla stazione dei treni e ancora di più dalla Trento-Malè, è un’iperbole narrativa da campionato. Ha sconnesso la città, non l’ha unita. E che dire della definizione di “Parco Urbano” per descrivere il tetto in cemento della nuova autostazione, che ospita giusto qualche aiuola e qualche arbusto in vaso?

Se poi vogliamo lambire temi più sensibili, bastava attraversare la città nei giorni del Festival dell’Economia. Accanto alla patinata e fiera narrazione di quanto avveniva nei salotti buoni di Piazza Duomo e nei teatri, a cento metri di distanza scorreva la vita dei disperati accampati alla bell’e meglio alla Portela, ai piedi di Torre Vanga e in piazzetta Da Vinci. Una realtà che racconta l’altra economia: non urlata, priva di classifiche e di grancasse mediatiche, drammaticamente, umanamente reale.

Sarebbe ormai persino accanimento parlare del Bypass ferroviario. Ad oggi l’unica circonvallazione tangibile è quella sul calendario: di annuncio in annuncio la data di fine lavori si sposta sempre più in là. Promesse non mantenute e rassicurazioni smentite dai fatti.

Una recente interrogazione d’opposizione ha chiesto chiarimenti sui costi e sulla gestione dell’Ufficio di Gabinetto del Sindaco. Ma forse, ancor più del “quanto”, dovremmo chiederci “cosa”.

A chi giova questo genere di storytelling, un racconto così pompato, muscoloso, quasi da campagna elettorale perenne…

O, forse, da inizio campagna: verso nuovi, mirabolanti, straordinari storytelling…

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